Mio caro Andrea,
ti scrivo da un tempo sospeso.
La luce che mi graffia il viso sembra venuta fuori dalla botola di un solaio.
Ha quella stessa grana del pulviscolo che nuota in uno spazio rimasto serrato troppo a lungo.
In giardino la vita preme nel formicaio spuntato tra le crepe del viale. Il vaso con la menta è presidio delle coccinelle. Un manipolo di gazze stana gli insetti dagli steli. Il loro verso è l’uncino che squarcia la veste di un Dio nascosto. Quel cicaleccio stridulo il pegno che pago per essere vivo.
Tutt’intorno è quiete. Una quiete che sa di pane raffermo, ha un suono di piuma che cade.
Di rado spunta da dietro il crinale, dove il tratturo spiana, una sagoma umana in un lucore sporco. Guizza nel vuoto irreale prima di disfarsi.
Ti ho pensato. Mi capita di pensarti spesso in questi giorni.
Ti vedo in una Milano assediata che fa i conti con l’assalto del morbo.
Nel ricordo c’è una metropoli energica e vitale, a tratti nevrotica. Faccio fatica a saperla nella morsa di un silenzio di calce e cemento. Provo un senso di sconforto tra quelle strade inermi.
Forse per questo ho ripreso a leggere Robert Walser, il tuo Walser.
Deve essere stata questa cattività coatta a restituirmelo. In questi giorni di veglia e sussulti, quella smania vagabonda di Walser è l’analgesico che mi ha sedato.
Ora so che tutte le cose, prima di posarsi nell’occhio del Minotauro, attraversano il fuoco che le raffina: “Quando mai c’è stata un’anima che, senza nulla sacrificare, abbia visto compirsi ogni sua ardita aspirazione, ogni dolce, sublime idea di felicità?”.
Mi sanguinano le gambe. Non smetto un attimo di raschiarle.
M’assale un fastidio che non dà tregua. La tensione che covo è una marea che rode e consuma. La sento lievitare con un boato che mi frantuma le falangi. E’ allora che ricompongo i pigmenti. Nell’istante in cui mi lacero la pelle tornano a galla i tratti dei volti. Ancora prima dei nomi. La morte me li rende nel loro chiarore.
Una tersa morte, per dirla con il titolo di una silloge di Mario Benedetti.
Proprio stasera l’ho riletta, con il taglio del cristallo. Ho di nuovo disossato le sue parole che fanno buche di campo e alzano zolle dalla terra arata.
Sai quanto l’abbia amato. Ho macerato i suoi versi, ne ho fatto siero da stendere sulle cicatrici.
Ho tenuto cucita al costato quella sua parola che trema e che piange quando riesce a dire, e sa dire dei morti come se fossero ancora dei vivi.
Benedetti da qualche giorno non c’è più – lo avrai di certo saputo – , Mario se n’è andato.
Così come molti che conoscevo e che mi furono cari.
Ad Urbino, Pesaro, in Romagna, qui in Molise.
Persi. Finiti nel gorgo.
E’ questo ora lo strazio.
Ti stringo forte a me.

Vale

A

Caro Valentino,

ti scrivo, come te, dall’unico tempo possibile: il tempo sospeso.

Ti scrivo, rispondendoti, e cercando di essere consapevole di ciò che sto ricevendo. Un pensiero. Un pensiero, da lontano, da vicino, è così dolce. Così dolce…

Lo scenario è diverso, ti vedo immerso nel vuoto, dove il tratturo spiana, e la sagoma umana spunta in un lucore sporco. Io sono qui. Il mio corpo è qui, dovrei dire, e vedo – nella casa di ringhiera della città, Milano, che mi ha permesso di amare – la signora, lungo il ballatoio. Al mattino, apre la finestra. Alla sera, chiude la finestra. Ha pochi anni di vita. Forse pochi mesi. L’unico mondo possibile, si potrebbe dire. Se non che il mondo non è niente. Non è niente. Senza la mente, non c’è mondo che tenga. E allora i due scenari si vanificano.

Noi siamo il mondo e il mondo siamo noi. Allora ciò che accade è questo: che quando il mondo è compresso dentro il proprio dolore, noi ancora di più sentiamo la vicinanza. E questa è quella che sento con il tuo tratturo, con un sentiero indiano, dentro un piatto di gulash ungherese. Sentirci vicini. Che cos’è il presente, se non il nostro respiro? Sentirci vicini allora è oltre le pandemie, oltre le geografie. Ha ragione Walser: Quando mai c’è stata un’anima che, senza nulla sacrificare, abbia visto compirsi ogni sua ardita aspirazione, ogni dolce, sublime idea di felicità?”.

Ha ragione.

Eppure, il problema non è del mondo ma è proprio dell’anima. In questo grido di dolore, in questo piccolo carcere, nel sentire la vicinanza a mio padre, direttore della mia preghiera, a mia madre, direttrice della mia preghiera, a te, agli amici lontani, non sento che questo: che questo è un momento per essere felici.

Questo è il momento. Ogni momento è il momento. Prima della pandemia. Dopo la pandemia. Durante la pandemia. Secondo dopo secondo. Respiro dopo respiro. Ogni momento è quello giusto. Guardare gli occhi della signora, sul ballatoio; la loro luce azzurrina.

Per questo, caro Valentino, è sempre più residua la mia fiducia nella letteratura: perché raramente ne ho trovato frammenti che esaudissero questo stare al mondo. Ogni momento è un momento. Ogni istante è un istante. Ogni respiro è un respiro. Ed è così dolce. Così dolce. E’ tremendo.

Un abbraccio

Andrea Gentile è nato a Isernia il 16 gennaio 1985 e vive a Milano. È scrittore e direttore editoriale de il Saggiatore. È autore, tra gli altri, dei romanzi L’impero familiare delle tenebre future (il Saggiatore, 2012), Volevo tutto: la Vita nuova (Rizzoli, 2014) e I vivi e i morti (minimum fax, 2018), con il quale
ha vinto il premio Mondello.

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