A quasi cinquant’anni di distanza, un libro (Delitto Neruda, edizioni Chiarelettere) ricostruisce i drammatici giorni che portarono alla morte del poeta cileno e premio Nobel, Pablo Neruda. Sullo sfondo del tragico episodio, il golpe cileno dell’11 settembre 1973 e le sanguinose repressioni praticate dalla giunta militare. Lo scrittore e giornalista Roberto D’Ippolito, attingendo ad una vasta documentazione, ricostruisce passo per passo un delitto perpetrato e tenuto nascosto dal regime di Augusto Pinochet.

************

Pablo Neruda, premio Nobel per la Letteratura (1972), muore presso la Clinica Santa Maria  di Santiago del Cile il 24 settembre 1973. Sono le 22:30 e sono passati soltanto tredici giorni dal sanguinoso golpe che ha portato al potere la Giunta militare guidata da Augusto Pinochet. In quel momento, di altissima tensione, insieme a Neruda ci sono pochi familiari ai quali viene immediatamente sottratto il cadavere. Verrà rinvenuto quella stessa notte, con fatica e molto tempo dopo, in fondo ad uno stretto corridoio, adagiato sopra una barella e coperto da un lenzuolo. La causa della morte, ufficialmente, viene attribuita al cancro alla prostata che affliggeva da tempo lo scrittore e che lo aveva portato al ricovero subito dopo il golpe. Non è vero. Neruda non è morto a causa del cancro ma è stato assassinato. Dietro alla sua morte si nasconde la mano dei militari golpisti, una terribile verità che verrà a galla molti decenni dopo, grazie ad una serie di denunce e indagini che partono dalla prima rivelazione, fatta da Manuel Araya, autista di Neruda, al quotidiano El Lider. È il 26 giugno 2004 e, da quei tragici giorni, sono già passati trentuno anni. In quella circostanza l’ex autista racconta le fasi concitate che hanno preceduto la morte del poeta che, vale la pena di ricordare, era fortemente impegnato col Partito Comunista del Cile e amico personale di Salvador Allende, il Presidente rovesciato nel sangue da Pinochet. Il certificado de defuncion di Neruda parla di caquexia cancerosa, cachessia (deperimento) per cancro alla prostata e successive metastasi. Non è vero. Nell’angusto corridoio dove Neruda si trova immediatamente dopo la morte, subito dopo l’arrivo della compagna del poeta, Matilde Urria della sorella di quest’ultima, Laurita, e della scrittrice Teresa Hamel, arriva di nascosto, a rischio di rimetterci la pelle, il fotografo brasiliano Evandro Teixeira. Scatta alcune fotografie che poi, anni dopo, contribuiranno a svelare il mistero. La compagna del poeta lo autorizza e Neruda, negli scatti, appare tutt’altro che deperito ma, come di consueto, nella sua forma decisamente corpulenta.

Ma che cosa è accaduto, allora? Neruda aveva accettato poche ore prima la proposta di asilo ricevuta dal governo del Messico, soluzione alla quale il regime di Pinochet aveva già dato il proprio assenso. La partenza per il Messico, con un aereo speciale, era già stata programmata per il giorno 24 settembre, quello successivo alla morte di Neruda. Dopo un primo rifiuto e dopo le insistenze della moglie, Neruda il 23 settembre decide di accettare l’offerta del Messico. Manda allora la moglie Matilde e l’autista Araya a Isla Negra, la sua storica abitazione che dista alcune ore da Santiago. I due sono incaricati di prelevare alcuni oggetti personali e manoscritti del poeta. Partono immediatamente ma, una volta arrivati a Isla Nigra, vengono raggiunti da una telefonata dello stesso Neruda che chiama più volte una locanda nelle vicinanze della casa. Chiede ai due di rientrare immediatamente e racconta di una strana iniezione sulla pancia fatta da un medico mai visto prima. I due rientrano trafelati e Neruda conferma la versione dell’iniezione sulla pancia. In effetti è vero, sull’addome ha come un bozzolo. Appare un altro medico, anche questo mai visto prima, e dice all’autista che occorre procurarsi con urgenza un medicinale reperibile solo in alcune farmacie di periferia, essendone sprovviste quelle del centro. L’autista parte, non tornerà più indietro. Gli scagnozzi del regime lo aspettano, lo riempiono di botte, gli sparano ad una gamba e lo trasferiscono all’Estadio Nacional. Lo liberano solo molto tempo dopo, quando ormai il destino di Neruda si è compiuto. Passano gli anni e con gli anni, quando Pinochet è ormai finito, passa la paura e Manuel Araya parla. Una volta, due, tre, ma sembra non credergli nessuno. Racconta di quella drammatica telefonata fatta da Neruda alle quattro del pomeriggio all’Hosteria Santa Elena mentre Araya e Matilde Urrua sono a Isla Negra: “Vieni immediatamente – dice alla moglie – perché mentre stavo dormendo è entrato un dottore e mi ha fatto un’iniezione”. Da quel momento Neruda ha poco più di sei ore di vita. Sono le quattro del pomeriggio e alle 22:30 sarà già morto e l’autista sparito nel nulla.

Ma cosa è successo a Neruda, cosa gli hanno iniettato e, soprattutto, perché? La risposta a quest’ultima domanda è agevole. Neruda vivo, in Messico, sarebbe stato un feroce oppositore di Pinochet, capace di organizzare attorno alla sua figura autorevole un vero e proprio governo ombra. Ecco perché l’ordine di eliminarlo, arrivato come più fonti sostengono dallo stesso Pinochet. Dovranno passare molti anni e solo nel 2011, tra molte spinte di segno contrario, finalmente si apre l’inchiesta giudiziaria tesa ad accertare le vere cause della morte di Neruda. Ad aprirla è il giudice Mario Carroza, anche su sollecitazione dei familiari del poeta e del Partito Comunista del Cile. Il giudice affida il caso ad un gruppo di esperti internazionali e dispone la riesumazione del corpo di Neruda. Occorrono molti anni di studi e di indagini, si arriva sino al 2019 e le risultanze, purtroppo, portano dritte alla tesi dell’assassinio di Neruda. A far emergere dal gorgo del tempo la drammatica verità su quanto accadde quel 23 settembre 1973, sono degli esami approfonditi sui resti del poeta. In particolare sono gli esami condotti sulla polpa di un molare, rimasto intatto per oltre quarant’anni, dai quali emerge la presenza di un pericoloso batterio, il Clostridum botulinum conosciuto per il suo utilizzo come arma biologica.

Un capitolo a parte in questa drammatica vicenda è quello che coinvolge l’amministrazione americana incarnata dal Presidente dell’epoca, Richard Nixon e dal suo potentissimo e oscuro Segretario di Stato, Henry Kissinger. Con la rimozione del segreto su molti atti della Cia voluta da Bill Clinton, è emerso chiaramente che gli Stati Uniti erano a conoscenza del progetto di golpe da parte dei militari e che ne favorirono la realizzazione.

Le vicende del Cile ebbero ripercussioni anche in Italia. Da quella vicenda, con tre articoli apparsi sul settimanale del PCI, Rinascita, l’allora segretario del partito, Enrico Berlinguer, lanciò l’idea di una grande alleanza delle forze popolari a presidio e tutela della democrazia contro spinte reazionarie. Una visione che incrocia quella di Aldo Moro e che porterà a quello che venne chiamato compromesso storico, ovvero all’ingresso del PCI nell’area governativa. La difesa della democrazia costò anche ad Aldo Moro la vita, come a Salvador Allende e Pablo Neruda.